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lunedì 16 luglio 2012


C     Christine

1977, autunno. Aveva un mezzo pomeriggio libero e si mise a girellare per i paesini nei dintorni. In uno subito sotto Bolzano trovò un bell’albergo con un grande bar all’ingresso, e si fermò per dare un’occhiata.
Dietro al banco vide una bella ragazza, le ordinò un caffè e una grappa, e si mise a un tavolino col suo libro. Ma non riusciva a leggere perché, di sottecchi, non poteva staccare gli occhi da quella “tipa” che lo aveva attratto, quasi magneticamente, fin dal primo sguardo.
Era una ragazza giovanissima e molto particolare, magra e appena più alta di lui, con una carnagione bianchissima, i capelli lunghi e voluminosi color paglia e degli occhi talmente chiari che non erano né verdi né azzurri, ma solo appena grigi come l’argento. Sentendola chiamare per nome dagli altri avventori abituali, scoprì che si chiamava Christine.
Decise immediatamente di fermarsi per la notte, senza immaginare che in seguito ci si sarebbe fermato spesso e a lungo. In quell’albergo, che era di Christine e delle sue due sorelle maggiori, ci tornò infatti, tutte le volte che gli fu possibile, anche a costo di fare duecento chilometri in più.
E Christine... divenne sempre più importante per Giovanni.
E Giovanni... divenne sempre più importante per Christine.
Anche adesso si trovava lì, dopo aver lasciato i suoi operai vicino a Brescia ed essersi fatto due ore di macchina. Ma, come sempre, ne valeva la pena.
La serata di fine estate era bellissima e non troppo fredda nonostante il sereno, forse perché non tirava un filo di vento. Giovanni cenò da solo al ristorante dell’albergo, leggendo un po’ di Tropico del cancro di Henry Miller. Poi raggiunse Christine, al bar del parco.
Il barbecue era ancora acceso e qualche tirolese mangiava le ultime grigliate, con grossi boccali di birra. La maggior parte delle persone stava però ballando sulla pista o facendo il bagno in piscina. Rimase per un attimo a guardare la pozza di luce nell’angolo più lontano del Parco. Sembrava un bagno turco all’aperto perché, nell’aria fresca e immobile, la sovrastava uno strato di vapore che saliva dall’acqua riscaldata.
Christine era dietro il bancone impegnatissima a preparare long drink, così si sedette su uno sgabello di fronte a lei e aspettò, ma solo un attimo.
«Ciao amore, me la dai una mano?»
Chris lo aveva visto arrivare.
«Certo, vengo dentro e mi faccio anche un caffè e una grappa, » rispose Giovanni girando dietro il bancone ed entrando nel piccolo bar all’aperto,
«e tu cosa bevi?» le chiese quando fu dentro.
«Dammi un goccio di cognac grazie, e... mi prepari quattro cuba libre, vuoi?»
«Sono qui per questo, anche, » sogghignò Giovanni «ma non solo… »
«Dopo dài! Adesso dammi una mano Giò... » tagliò corto Christine.
«Ok!» e Giovanni si mise a mescolare rum e coca. E poi gin e tonic, e ancora tequila e lime.
Questi atesini bevevano come dannati, e ormai stava per scoccare la mezzanotte.
Ma il barbecue era ormai spento da un pezzo e i camerieri stavano rimettendo a posto i tavoli. Solo due coppiette rimanevano, a ballare sulla compilation che il deejay aveva messo su prima di andarsene. Intorno alla piscina, intanto, gli ultimi bagnanti si asciugavano infreddoliti.
Mentre metteva via le bottiglie di liquore, lasciando le pulizie al personale del mattino, e facendo cenno a uno dei camerieri di raggiungerla,
«Facciamo un bagno, amore?» chiese a Giò, e...
«Per favore, mi porti due accappatoi» ...rivolta al cameriere appena arrivato.
La domanda di Chris era stata evidentemente un’affermazione. Andarono a mettersi il costume da bagno e si tuffarono nella pozza di luce.
L’acqua era caldissima a quell’ora della notte e si sentirono sciogliere e rilassare in tutte le fibre. Nuotarono per un po’, sfiorandosi solo casualmente ma sempre più spesso, in perfetto silenzio. S’incrociarono sott’acqua e quando riemersero uno di fronte all’altra, Giovanni lesse una scintilla di sfida maliziosa negli occhi di Christine. Ma non aveva nessuna intenzione di accelerare i tempi.
«Vado a prendere qualcosa da bere, Chris» disse e nuotò verso il bordo della vasca, uscì dall’acqua e si diresse verso il bar, senza girarsi. Prese dal frigorifero una bottiglia di Gewürztraminer e due bicchieri, poi andò al quadro elettrico e spense le lampade subacquee della piscina. La pozza di luce sparì e la ragazza lanciò istintivamente un richiamo,
«GIÒ... » ...a cui non rispose.
Tornò lentamente e in silenzio alla vasca e, nella penombra del parco, lasciò bottiglia e bicchieri sul bordo e si tuffò in direzione di Christine.
L’acqua calda fu provvidenziale perché era stato troppo tempo fuori e aveva freddo. Nuotando sott’acqua andò a sbattere materialmente il naso in qualcosa di ancora più caldo, e nudo. Allora anche Giovanni, trattenendo il fiato, si sfilò il costume. Si abbracciarono mentre lui riemergeva e la trascinò baciandola verso l’acqua bassa.
Dopo... si fecero cullare dal buio, dal calore e dalla piacevole sensazione d’appagamento, mentre in silenzio riprendevano fiato lasciandosi galleggiare ancora abbracciati. Giovanni provava una sensazione strana e piacevole. Sembrava un ricordo ma non poteva esserlo. Era solo un “ricorso”, che inconsciamente gli dava una strana sensazione di dejà vù.
Gli sembrava di essere in un grande ventre materno ma non provava né irrequietezza, né inquietudine. Adesso c’era spazio sufficiente e non si sentiva più solo. E poi da qui si vedevano brillare... le stelle.
Se ne stava disteso nell’acqua, con la nuca e i gomiti appoggiati al bordo della piscina, nel punto dove aveva lasciato la bottiglia di vino. Christine era sdraiata sonnacchiosa sopra di lui, con la testa poggiata sul suo petto e il bicchiere in mano, appena sopra il pelo dell’acqua.
Un momento quasi perfetto, uno still life che si vorrebbe durasse per sempre. E invece... sottilmente qualcosa stava cambiando. Piano piano nella testa e nel cuore di Giovanni si faceva strada una strisciante inquietudine. Non stava vivendo un’avventura: amava Christine da morire. Ma non poteva far finta di dimenticare che, sotto quello stesso cielo stellato, c’erano un’altra donna e una bambina, che amava nello stesso modo.
Da un anno, ormai, si sdoppiava. All’inizio quella strana situazione era stata anche intrigante. Poi, però, aveva piano piano perso il fascino del proibito e si stava sempre più facendo strada, una dolorosa irrequietezza.
Si rese conto, sentendosi un verme, che egoisticamente la sua donna poteva essere Christine come Diana. Con una massiccia dose di cinismo maschilista, che sapeva comunque di non possedere, avrebbe potuto scegliere sia l’una sia l’altra. Ma non con Stella. Lei non aveva alternative, era unica nell’universo. Più importante della sua stessa vita. Questo pensiero lo rassicurò. Ma un attimo dopo, in quel momento quasi perfetto, ebbe improvvisamente una seconda certezza: agghiacciante. Sentì che quella era l’ultima volta. Non sapeva il perché, ma ne fu assolutamente sicuro.
Infatti, quanto riuscì a tornare dopo quasi un mese, non trovò la sua “fidanzata” ad aspettarlo.
Stranamente trovò Marta, la sorella maggiore, al bar anziché alla reception dove stava di solito.
«Ciao Marta, come stai?»
«Bene.»
Ohi... avvertì qualcosa di stonato nella laconicità di Marta. Delle tre sorelle era la più ciarliera e lo accoglieva sempre a braccia aperte.
«Che succede Marta? Dov’è Chris?» ...ed ebbe paura della risposta.
«È andata a casa dai nostri.»
I genitori abitavano in un altro paese, non distante.
«Porca miseria, te l’avevo detto di avvertirla che arrivavo. Quando torna?»
«Non torna Giovanni... non finché ci sei tu.»
Marta fu lapidaria. Se lo aspettava. Lo aveva saputo fin dal primo momento, ma fu comunque un cazzotto nello stomaco.
«Ma, io... » cercò di replicare, e Marta ci mise la pietra tombale.
«Non abbiamo camere libere per te. Vattene Giovanni, e non tornare a cercarla, per favore.»
Non lo disse in tono ostile né arrabbiato, ma Giovanni capì che era meglio darle retta; però insisté:
«Marta, devo parlarci.»
«No Giovanni, per il bene che ti abbiamo voluto è meglio così, credimi.»
Si vedeva benissimo che anche lei era addolorata. Uscì da dietro il banco del bar e, robusta e grassoccia com’era, gli si piazzò di fronte. Lo guardò per qualche secondo dritto in faccia, scotendo leggermente la testa. Le si inumidivano gli occhi perché stava cominciando a commuoversi.
Allora lo abbracciò forte, stringendolo quasi da fargli male. Lo accompagnò alla porta e lo cacciò fuori con un:
«Addio stronzo... » detto senza rancore. Poi chiuse a chiave perché era già passata la mezzanotte.
D’inverno faceva un freddo cane, e non c’era nessuno in giro. Giovanni rimase a guardare le luci del bar che si spegnevano, mentre anche dentro di lui si spengeva qualcosa. Tirò su col naso nell’aria pungente, accese una sigaretta e si avviò verso il parcheggio a riprendere la macchina. Aveva voglia di guidare. Guidare riusciva a rilassarlo, e aveva una notte davanti. Riprese la statale e si avviò verso il paese, in Austria, dove aveva lasciato gli altri. Non lo aspettavano prima di lunedì mattina. Aveva tutto il week end per starsene da solo a riflettere.
Guidò lentamente su per i tornanti che portano al Brennero. Avrebbe potuto farla a occhi chiusi quella strada. La conosceva metro per metro per averla percorsa tante volte a passo d’uomo, al seguito dei trasporti eccezionali. La domanda che gli ronzava nella testa era:
‘Come hanno fatto a scoprirlo?’
Non che la cosa avesse un’importanza particolare – voglio dire il “come” – ma lo incuriosiva. All’albergo avevano ovviamente avuto il suo documento ma, forse con un presentimento, fin da quella prima volta l’anno precedente, aveva dato la patente di guida, sulla quale la parola “coniugato” non c’è scritta. E per una sorta di gioco con i suoi autisti, che le “avventure” se le cercavano veramente, come i proverbiali marinai, non portava mai la “fede” quando era in viaggio. Eppure Marta lo aveva scoperto. Era sicuro che fosse stata lei, forse tramite i carabinieri o il parroco.
‘Chissà?’ pensò.
C’erano sicuramente rapporti tra le persone che a lui sfuggivano, in quei piccoli paesi. E ormai la frittata era fatta. Senza nemmeno dargli il tempo di prendere una decisione.
‘Ma forse è un bene.’ concluse tra sé.
In fondo, in questo modo poteva vigliaccamente limitarsi ad avere un doloroso rimpianto. Mentre una sua decisione, qualunque fosse stata, gli avrebbe inevitabilmente portato dei più scomodi rimorsi. Ma una voce si ribellò dentro di lui.
‘No! Da vigliacco no!’ ...e allora prese la decisione.
Avrebbe lasciato passare un po’ di tempo, ma l’avrebbe rivista. Almeno questo Christine lo meritava, anche se sapeva che sarebbe stato doloroso per tutti e due.
Quella notte iniziò una specie di autolesionistica cura di disintossicazione. Perché disintossicarsi dall’amore è la cosa più dolorosa e difficile del mondo. L’avrebbe rivista solamente quando si fosse sentito in grado di non lasciarsi sopraffare dall’emozione, altrimenti avrebbe fatto ancora più danni.
Da Bolzano continuava a passarci spesso... ma verso quel paesino deviò solo alla fine dell’inverno. Fece in modo di arrivarci la sera tardi, verso l’ora di chiusura. Aspettò in macchina che anche l’ultimo cliente se ne andasse. Quando Christine fu rimasta sola nel bar, accese la milionesima sigaretta, ed entrò.
«Ciao, Chris.» si limitò a dire, per vedere la sua reazione.
«Giovanni?» nonostante il pallore naturale della sua pelle, Christine sbiancò.
«Ciao Giò, non credevo di rivederti, come stai?»
Dopo un attimo di stupore, aveva immediatamente ripreso il controllo, diventando algida come una statua di ghiaccio.
«Bene, bene e tu?» e poi subito, senza aspettare risposta...
«No aspetta, lasciamo stare i convenevoli, vuoi?»
Attese qualche secondo per vedere se almeno nel suo sguardo c’era una reazione, ma niente.
«Non ti allarmare, sono qui solo per salutarti. Non sono un vigliacco, anche se giustamente lo avrai pensato, e sentivo il bisogno di farlo di persona.», breve pausa, poi:
«Dammi qualcosa da bere, ti prego.», aggiunse cercando di allentare la tensione che sottilmente stava cominciando a salirgli dentro, nonostante si fosse creduto pronto ad affrontare quel momento.
«Giovanni, sei un grandissimo figlio di puttana... » sibilò tra i denti Christine, mentre riempiva due bicchieri,
«...come hai potuto sparire in quel modo? Stronzo!»
«Un momento Chris, calmati. Non sono stato io a volerlo fare.»
Si sedettero a un tavolino appartato, anche se ormai fuori non passava più nessuno e bevvero in silenzio. Christine aspettava una spiegazione e Giovanni dovette raccontarle di quando aveva parlato con Marta. Cercò di essere il più delicato possibile per non creare casini fra le due sorelle. E quando ebbe finito Christine finalmente capì.
«Allora hanno fatto tutto i miei perché eri sposato!» concluse amareggiata,
«Lo sapevamo da tempo, sai? Ma a me non importava.» ...sussurrò.
Giovanni cominciava a sentir vacillare tutti i suoi buoni propositi, questo non se l’era aspettato, e adesso correva il rischio di rimettere tutto in gioco.
«Ma in fondo avevano ragione loro... » e Christine lasciò la frase in sospeso.
«Scusami Chris, ma credevo fosse stata una decisione tua... »
«Anch’io Giò, e non te la perdonavo. Ma ce lo siamo meritati. Tutti e due. Se avessimo avuto il coraggio di parlare e di prendere una decisione...»
«...forse avremmo fatto anche peggio.» Concluse Giovanni per lei. Si guardarono negli occhi, e a malincuore capirono che era vero. Avevano ripreso il controllo della situazione. Ma se rimanevano lì non lo avrebbero mantenuto a lungo.
Troppo forte era ancora l’attrazione reciproca.
La prospettiva era allettante ma assolutamente da evitare.
Allora Giovanni si alzò, la prese per mano, la tirò su, l’abbracciò stretta e le sussurrò in un orecchio:
«Addio, è stato bello. Amerò sempre il tuo ricordo.»
«Anch’io Giò... ma io... » e prima che Christine potesse aggiungere ‘...ti amo.’ Giovanni la baciò su una guancia e si avviò alla porta.
Uscì nella notte senza girarsi indietro. Altrimenti non lo avrebbe potuto fare. Accese un’altra sigaretta e rimontò in macchina. Lo aspettava una lunga notte di autostrada, in cui lasciarsi cullare dai banchi di nebbia.
Nella quale sperò di riuscire a perdersi... ma a perdersi non ci riuscì.
Ormai la nebbia gli era amica.


D     Diana

1974, inverno. Per la fine dell’anno prenotò in un albergo sul Passo di Giau, sopra Cortina, che si chiamava molto romanticamente “Tramonto sulle Dolomiti”, anche se era scritto Enrosadira, in ladino. Per la prima volta, lui e Diana, stavano ufficialmente fuori da soli per diversi giorni. Giovanni negli alberghi ormai ci viveva più che a casa sua, anche se da solo, ma essere con Diana fu un po’ una novità, quasi una “prova”.
Stettero benissimo. Giocare a marito e moglie gli riuscì perfettamente e si spacciarono per sposati senza alcun problema. Di sciare, quella volta, gli importò poco, e la loro settimana bianca divenne, a tutti gli effetti, una piccola luna di miele.
Passato Capodanno, decisero di lasciare le Dolomiti e fermarsi a Venezia. In quell’anno appena finito, Giovanni a Venezia c’era stato un sacco di volte per lavoro e la conosceva abbastanza. Si attaccò a un telefono per prenotare e si prepararono a partire. Venezia era perfetta come tappa di una luna di miele, e poi era sul mare.
E a Giovanni il mare scorreva anche nelle vene.
La mattina del 3 gennaio era bellissima, ma con un gelo polare. Ebbero dei problemi anche a liberare la macchina dalla coltre di neve indurita, poi finalmente partirono, eccitati da quel gioco come bambini. Giusto così: erano troppo giovani, per essere “grandi”. E quindi giocare a fare i grandi li faceva sentire giustamente “giovani”... come in effetti erano.
La strada che porta a Selva di Cadore era chiusa da un muro di neve, e dovettero tornare verso il Pocol e scendere a Cortina d’Ampezzo. Qui si fermarono a fare colazione.
«Sei contenta?» chiese a bruciapelo Giovanni.
Stavano seduti a un tavolino di uno dei tanti bei locali della “Regina delle Dolomiti”, davanti a una fumante tazza di cioccolata, e Diana era ancora irrigidita dal freddo e avvolta nella pelliccia di opossum di sua zia.
«Perché?» ...tipico delle donne rispondere con un’altra domanda!
«No! Facevo così, per dire. Abbiamo rinunciato a sciare, stiamo andando a Venezia, ma senza una meta precisa, non so... » altrettanto tipico degli uomini farsi prendere in contropiede!
«Dài, scemo. Sono contenta sì!» ...rassicurante.
‘È mai possibile,’ si chiese con stizza Giovanni, rimanendo in silenzio ‘che le donne riescano a essere materne anche se sono più piccole di te?’
«Allora, » disse...
«se sei contenta, paghi pegno e mi fai da navigatore!»
Come se non conoscesse la strada. Ripartirono e ricominciarono a giocare.
Strada statale 51 d’Alemagna:
«Acquabona!» annunciò Diana, appena fuori Cortina, con l’atlante stradale di Giovanni aperto sulle gambe. E poi lesse, via via che li raggiungevano, i nomi di tutti i paesini del Cadore, mentre scendevano il Gruppo delle Marmarole verso Ponte nelle Alpi. Ma quando risbucarono sul Piave, dopo la galleria di Gardona, il nome del paese successivo le morì in gola: Longarone si annunciava da solo. Nel senso che non esisteva più. Rimaneva soltanto l’alveo del fiume, allargato a dismisura e perfettamente livellato dalle ruspe, che ormai da tempo avevano rimosso le rovine. L’impatto sinistro di quella vallata alluvionale sotto la diga del Vajont, prendeva lo stomaco.
Come se anche il tempo meteorologico ne fosse stato negativamente influenzato, proprio in quel punto entrarono nella nebbia. Da lì in poi il ruolo di navigatore non fu più un gioco, perché non si vedevano nemmeno i cartelli stradali.
«Dovremmo essere a Ponte nelle Alpi!» annunciò finalmente Diana.
«E alla mia sinistra il lago di Santa Croce, grande come un mare!» ...ma Giovanni indicò solo un mare di nebbia. Quando scollinarono la Sella di Fadalto, per scendere verso Vittorio Veneto, la situazione peggiorò addirittura.
«Dài amore fermiamoci, ho anche fame.»
...Diana non era abituata alla nebbia, e non ne poteva più.
«Sì amore, passato Vittorio Veneto andiamo a mangiare in un posticino che conosco, subito dopo il ponte sul Piave.» rispose Giovanni ripescando nei ricordi di quando aveva portato una turbina da quelle parti. Ci volle un’altra ora di nebbia, per arrivare a Villorba.
«Qui c’è anche il Prosecco... di quello buono.» annunciò svegliando Diana, che nell’ultima mezz’ora aveva dormicchiato.
«Meno male ti sei fermato. Dove siamo?»
«A Villorba, nel Montello.»
«Mai sentito... » sbadigliò lei stiracchiandosi.
«È vicina a Treviso. Cerchiamo il posto e ci fermiamo a mangiare.»
«Era l’ora... sono quasi le due.» protestò Diana, adesso sveglia e affamata.
Si fermarono alla trattoria, appena fuori dalla statale. Ambiente familiare ma piacevole, e non c’era quasi più nessuno. La sala da pranzo aveva le classiche tovaglie a quadrettini bianchi e rossi, e due o tre gatti girellavano fra i tavoli.
La mamma-padrona li fece sedere e Giovanni ordinò una bottiglia di Prosecco, e chiese cosa c’era da mangiare quel giorno.
«Coniglio in umido con la polenta bianca: la nostra specialità. Buonissimo!» rispose quella, perentoria. Giovanni non era convinto, ma...
«Buono, per me va bene.» acconsentì Diana, e coniglio fu.
Buono davvero, ma Giovanni riconobbe le costoline. Glielo avevano insegnato a Montebelluna, pochi chilometri da lì. Ovviamente non disse niente a Diana e continuarono a mangiare. Ma guardava con cordoglio i gatti che ancora girellavano fra i tavoli.
Presero un paio di caffè, pagò il conto, e si rituffarono nella nebbia. Traversarono Treviso, poi Diana lesse sulla carta stradale ancora tre o quattro paesi, e infine annunciò:
«Mestre» ...erano arrivati.
Perché a Mestre, Giovanni aveva telefonato per prenotare l’albergo. Quello dove si era fermato altre volte, da solo: un bell’ambiente moderno e ben messo. Presero una matrimoniale, spacciandosi anche qui come sposini in viaggio di nozze. Fecero un bel bagno caldo, scesero a mangiare qualcosa al ristorante dell’albergo e poi a letto presto, ché Diana era veramente cotta.
Il mattino dopo lasciarono l’albergo. Avevano deciso che era più eccitante vivere alla giornata. Traversarono il ponte della Libertà, misero la macchina al garage comunale di piazzale Roma e si affacciarono sul Canal Grande, alla fermata dei vaporetti. Erano a Venezia, ma Venezia dov’era?
«Bello!» esclamò Diana.
Non si vedeva nemmeno l’altra sponda del Canale, dove c’è l’imponente stazione di Santa Lucia.
«Che palle ‘sta nebbia... » sbottò Giovanni,
«dài prendiamo il vaporetto e andiamo a vedere.»
«E che vuoi vedere!»
«Qui siamo ancora in laguna, speriamo che dentro la città ce ne sia di meno.»
«Vabbene, però che delusione.»
«Lo so, amore, ma vedrai che anche così Venezia ha il suo fascino.»
Presero il vaporetto e scesero quattro fermate più in la, in Campo San Stae. Nella parte più interna della città, effettivamente, di nebbia ce n’era molta meno. Girellarono un po’ nella parte più vecchia di Venezia, fino a Campo San Polo. Diana cominciava a subirne il fascino, ma in senso negativo.
«È incredibile. Ma qui ci vivono?»
«Ci vivono, ci vivono. E non solo i veneziani.»
«In che senso, scusa?»
«Pensa a Morte a Venezia di Thomas Mann... gli stranieri.»
«Sì, ma quelli un po’ malati, come quello del film.»
«Io pensavo al romanzo, ma Visconti ne ha fatto anche un bel film, è vero.»
«Comunque ho ragione io. Bisogna essere malati per voler vivere in questa atmosfera livida e cupa.»
«Dài, non esagerare, Diana. Sarà anche una bellezza malsana, ma Venezia è sempre bella. Aspetta a giudicare, non hai ancora visto niente.»
«Per forza!»
«La nebbia, lo so, ma mica è colpa mia.»
«Che c’entri tu, stupido. È che sembra tutto così... surreale. E poi c’è quest’odore di bagnato, anzi di muffa, che proprio non sopporto.»
«Tra un po’ non lo senti più. Pensa che d’estate, col caldo, è peggio. Non lo chiameresti più odore, ma puzzo direttamente.»
«Ora sei tu che esageri. Dài andiamo!»
«Si, andiamo a Rialto e poi a San Marco. Vedrai che ti piace.»
In effetti, le calli e i campielli di San Polo, in quel mattino di gennaio dopo le feste, erano piuttosto deserti e desolati. Man mano che si avvicinavano a Rialto andò meglio. Il mercato che traversarono era pieno di banchi di pesce e di verdura. In giro tanti veneziani intenti nelle loro faccende. Finalmente un po’ di vita.
La Ruga degli Orefici, che porta al Ponte di Rialto, incantò Diana. Di che genere di negozi sia piena lo dice il nome stesso. Dovette portarla via quasi a forza, ma non prima di aver pagato pegno.
Traversarono il Ponte, pieno di botteghe, un po’ come il Ponte Vecchio di Firenze. Quando furono in cima all’arcata si affacciarono sul Canal Grande, e nonostante la nebbia, lo spettacolo fu notevole. Ma forse ancora di più proprio grazie alla nebbia. Da tutti i lati si vedevano un po’ di palazzi e un pezzo di Canal Grande che sfumavano nel nulla. C’era una specie di gioco di trasparenze, che faceva sembrare di essere dentro una bolla d’acqua, sospesa in un mare di latte.
Scesero il Ponte, traversarono Campo San Zulian e, da sotto la famosa Torre dell’Orologio, sbucarono in piazza San Marco. L’unica piazza di Venezia a chiamarsi piazza. La Basilica è subito lì a sinistra e si vedeva bene, ma già la facciata del Palazzo Ducale sfumava nella nebbia che veniva dalla Laguna. Come la punta del Campanile. Dalla Riva degli Schiavoni non si vedeva nemmeno l’Isola della Giudecca che è proprio lì davanti. Rinunciarono a prendere un vaporetto qualsiasi, tanto in tutta la Laguna non si vedeva niente, e tornarono nella piazza. Giovanni decise di comportarsi da turista e comprò i semi di girasole per fare le foto a Diana con i piccioni. Basta tenerne un po’ in mano e arrivano da tutte le parti. Per scherzo, Diana si mise un po’ di semi sulla testa, e successe il caos. La ricoprirono, arruffandole e strappandole i capelli per cercare i semi che vi si impigliavano. Diana ebbe paura, strillò e scappò agitando le braccia per cercare di cacciarli, ma Giovanni aveva già immortalato la scena, e quella foto in bianco e nero rimase memorabile. Comunque Diana ne uscì malconcia: capelli arruffati, Rimmel sciolto dalle lacrime... un casino! Appena in tempo Giovanni se ne rese conto, e smise di sghignazzare prima che lei se ne accorgesse.
«Dài! Che non è successo niente... » cercò di minimizzare.
«Avrei voluto vedere te. Sembrava di essere nel film di Hitchock!»
«Sì, quello dove gli uccelli assalgono gli uomini.»
«Bravo, quello. Ma ora trovami un posto, che devo darmi una sistemata.»
«Andiamo a quel caffè, vieni.» e si avviò, tenendola per mano, verso il Florian. L’accompagnò al bagno, su per una scala stretta e quasi inagibile, poi si sedettero a uno degli storici tavolini.
«Carino qui, ma un po’ vecchiotto... »
«Beh, sai… qui si è seduto anche Casanova.»
«Quello stronzo!» (Diana era inequivocabilmente femminista)
«…povero Giacomo. Dài, che vuoi?»
«Una cioccolata calda.»
«Bene, io un caffè e una grappa.» ordinò Giovanni, accendendosi una sigaretta.
«Dormiamo qui, stasera?» chiese poi.
«Va bene, però ho tutto in macchina.»
«Non ti preoccupare. Cerchiamo un albergo e poi andiamo a prendere quello che ci serve.»
«A piedi, ovviamente... »
«...oppure a nuoto!»
Diana non aveva più troppa voglia di camminare, ma alla battutaccia di Giovanni risero entrambi. Finirono tranquillamente di bere e si rimisero in pista. Sul Canal Grande, di fronte alla Ca’ d’Oro, trovarono da dormire in un albergo ricavato in un antico palazzo nobiliare. Poi fecero un salto al garage per il minimo indispensabile di bagaglio, e tornarono a prendere possesso del loro “regno per una notte”. Non un gran che. L’albergo di Mestre era nuovo e lussuoso, questo vecchio e lussuoso in senso storico, cioè fatiscente. Ma aveva proprio il fascino della cupa decadenza che li aveva accompagnati per tutto il giorno. Quella notte cercarono in tutti i modi di cacciare il ricordo di Morte a Venezia. E ci riuscirono molto bene.
La mattina dopo, quando scostarono i pesanti tendaggi settecenteschi della loro camera e si affacciarono sul Canal Grande, splendeva il sole. Senza dire niente, sentirono tutti e due che qualcosa era inevitabilmente cambiato. Diana ne ebbe la conferma dopo nemmeno un mese.
Poteva essere successo a Firenze, prima o dopo. Poteva essere successo al Passo di Giau o a Mestre.
Ma per Diana e Giovanni, fin da subito e per sempre, non ci furono mai dubbi: successe quella notte a Venezia...


E     Stella

1975, estate. Nella notte squillò un telefono:
«Ciao zio, sono Giovanni.»
«Giovanni!? Che succede, che vuoi a quest’ora!?»
Erano le cinque del mattino di un giorno di fine settembre e zio Antonio, tirato giù dal letto, non aveva fatto ancora mente locale. Poi ci arrivò.
«Dove sei, Giovanni?»
«Alla cabina di fronte a Maternità, Diana è già su.»
«Va tutto bene?»
«Sì, sì, non ti preoccupare. Ora vado all’accettazione per il ricovero. Però del lavoro di oggi devi occupartene tu. Mi dispiace, ma io da qui non mi muovo.»
Antonio, vecchio ex camionista, era abituato a che i figli nascessero quando sei lontano. Ma per Giovanni era il primo e lo capiva. E poi, l’aveva insegnato lui a Giovanni quel lavoro, ci voleva ben altro per prenderlo in contropiede. Quando ebbe dato allo zio tutte le indicazioni necessarie, telefonò ai genitori, suoi e di Diana, poi andò a cercarsi un caffè. C’erano delle priorità da rispettare: prima Diana, poi il lavoro e poi gli altri. Sistemati gli adempimenti burocratici per il ricovero, tornò in Maternità ad aspettare. E aspettò dodici ore fuori da una porta, un po’ in piedi in un corridoio, un po’ seduto sulle scale, sempre con la sigaretta in bocca: il perfetto stereotipo del padre in attesa... in quegli anni non usava ancora farli assistere al parto.
Povera Diana... le ci volle fino alle cinque della sera. Poi finalmente, anche Giovanni e i “nonni” furono chiamati alla nursery e, attraverso una vetrata, riuscirono a vedere la piccola Stella. Era come sono tutti i bambini appena nati: brutta... uno scricciolino grinzoso con dei lunghi capelli neri. Non sembrava nemmeno una femmina. Però quando la portarono dalla mamma e Giovanni ebbe tutte e due le sue donne insieme, l’effetto fu completamente diverso. Era un amore. Fanno bene, oggi, a far assistere anche il padre al parto e a mettergli in braccio, subito, il figlio appena nato. Lo chiamano imprinting e sicuramente il bambino lo riceve dalla mamma. Ma nel caso del padre, è lui che lo riceve dal bambino!
Giovanni pensò immediatamente che gli sarebbe piaciuto tanto aver potuto sentire il pianto liberatorio della piccola Stella. Se fosse stato presente le avrebbe chiesto silenziosamente che sensazioni aveva provato, per confrontarle con le sue. Sicuro anche, che avrebbe capito la risposta non espressa. Ma ora era troppo tardi.
Ormai Stella era già nata, e non poteva più ricordare. Forse quelle sensazioni non sarebbero mai riemerse dalla sua memoria primordiale. E lui non avrebbe, mai più, potuto chiedergliele. Non a parole, comunque.
Ma adesso con la piccola Stella in braccio si sentiva come rinato... e ripensò alla camera dov’era nato lui.

*

1950, estate. In quella stanza dove aveva visto filtrare, per la prima volta, attraverso le tendine della grande finestra e delle sue palpebre, la luce del suo primo giorno terreno, troneggiava una grande stufa di terracotta, in un angolo del pavimento in graniglia a greche e losanghe.
Quel pavimento e quella stufa erano stati, negli anni successivi, i suoi riferimenti legati ai primi passi, una mattonella dopo l’altra, e alla crescita, un elemento della stufa dopo l’altro.
In quella stessa camera, ma origliando dalla camera adiacente, quando si sentiva ormai grande, ma aveva solo sedici anni, assistette, una notte non dissimile da quella in cui era nato, all’improvvisa morte del nonno che lo aveva visto nascere. Era molto giovane e, ovviamente, inesperto. Tuttavia quei due eventi si concatenarono in maniera indissolubile nel suo modo di essere. E inconsapevolmente, in quel momento, prese forma la sua linea di pensiero che, alcuni anni più tardi, si sarebbe manifestata in una spasmodica ricerca dei collegamenti metafisici tra la nascita e la morte.
La finestra della camera in cui era nato si trovava al primo e ultimo piano di una palazzina che suo nonno Nicola aveva comprato prima della guerra, e si affacciava su una strada sterrata, quasi di campagna, ma comunque in città pur se in periferia. Giovanni ricorda che anni dopo, da bambino, raggiungere la piazza principale del quartiere era sempre un viaggio allucinante. In inverno, con le pozze e il fango, era addirittura costretto a mettersi le calosce, le soprascarpe di gomma, per andare a scuola. E questa cosa lo faceva stare male, perché si sentiva quello che viene dalla campagna. Infatti, nel quartiere chiamavano la sua strada, quasi con disprezzo, “i pollai”, perché non c’era abitante che, o in un pezzetto di terra o su un terrazzino, o addirittura sul davanzale di una finestra, non avesse un piccolo pollaio o quantomeno una stia con un pollo o un coniglio.
Da questo particolare si capisce che la zona era popolare, se non addirittura povera. Ma Giovanni vi crebbe in una posizione quasi di privilegio, perché suo nonno stava bene. Possedeva non solo la casa col giardino in cui abitavano, ma anche quella accanto, di tre piani e con gli inquilini, e poi un grande magazzino, una specie di garage, un orto con tanto di forno a legna per il pane. Ma soprattutto un appezzamento di terreno, “il campo”, di ben mille metri quadri e pieno di alberi da frutto: susini, albicocchi, peri e ciliegi, nel quale trascorse la sua infanzia. Ma non tutta, perché se il buongiorno si vede dal mattino, fin da piccolissimo lo fecero girare parecchio.
I suoi genitori erano nati anche loro in quella strada. Avevano sulle spalle l’esperienza della guerra, è vero, ma erano molto giovani e sposati da poco. Sentirono quasi subito la legittima voglia di andare a vivere da soli, e ben presto si trasferirono in un appartamentino in affitto in città.
Giovanni era troppo piccolo per conservare ricordi nitidi, aveva a malapena un anno. Forse per sentito dire, ma di quel periodo gli sembra ricordare solo che suo padre, che temporaneamente faceva il custode e il meccanico in un’autorimessa, spesso la sera prendeva l’auto di un cliente e portava lui e la mamma a trovare i nonni. Anche se facevano solo una giratina lui, regolarmente, si addormentava in macchina.
Ma durò poco, perché Enrico era un girellone e dopo nemmeno un altro anno se ne andò, con i suoi tanti fratelli, in Sardegna a fare il camionista per una ditta che stava costruendo le prime strade asfaltate nel Nord dell’isola. Dopo poco, appena Enrico ebbe trovato una casa e si fu sistemato, anche Caterina e Giovanni lo raggiunsero.
E fu un salto nel buio.


F     La Sardegna

1953, inverno. Nei primi anni Cinquanta la Sardegna era veramente una terra di confine.
Ritrovarsi sbalzati da una città, emblema dell’arte nel mondo, a un paesino sassaritano sulle pendici del Gennargentu dove a malapena, e non dappertutto, arrivava l’elettricità fu quasi altrettanto traumatico della conquista del Far West da parte dei coloni americani. Non c’erano gli indiani è vero, ma nei ricordi di Giovanni questa è sentita solo come una mancanza. Non mancavano, invece, i terreni riarsi e i contrafforti rocciosi come nella prateria e i fichi d’India che somigliavano ai cactus. E dopo, in altri luoghi altrettanto selvaggi nel Sud dell’isola, le distese di dune che nascondevano il mare e sembrava di essere nel deserto.
Ma anche in quella spartana casa di quel primo sperduto paesino, Giovanni crebbe in una posizione quasi di privilegio. Per gli abitanti del posto, pur certo non dei selvaggi, tutti i membri della sua numerosa famiglia, di cui Enrico come fratello maggiore era il capo, rappresentavano gli “stranieri” venuti dal continente con i camion, a fare le strade. E lui, il più piccolo, biondo e con gli occhi verdi, era il più straniero ma anche il più coccolato, da tutto il paese. A quella casa, dunque, risalgono i suoi primi ricordi nitidi: ormai aveva quasi tre anni.
C’era una cucina enorme e nera ma, si sa, a tre anni tutto sembra enorme. Comunque grande doveva esserlo veramente perché Giovanni ci girava con la sua prima bici, uno strano triciclo di legno che forse aveva costruito suo padre e perché, in un certo periodo, dentro la stanza fu recintato un angolo per tenerci due beccacce, o forse pernici, che erano state trovate chissà dove. Tanto per non perdere l’abitudine a “i pollai”.
Ma di quel periodo furono solo due gli eventi che gli rimasero particolarmente impressi, tanto che se li ricordò veramente per sempre.
Il primo avvenne quella volta che nonno Nicola e nonna Luisa andarono a trovarli, approdando con la loro fiammante Lambretta 125lc  in quel paesino a misura d’asino, dove tutte le strade erano in acciottolato di sassi di fiume. Fecero gente, più che ad andare oggi a prender l’aperitivo in centro con una Formula uno. Ma non fu quello l’evento, anche se di un evento si trattava. Il fatto increscioso avvenne mentre lui se ne andava tutto eccitato in Lambretta col nonno, fra le sue gambe, in piedi sulla pedana. Inavvertitamente mise un piedino su un pedale che manco aveva visto, quello del freno posteriore. Bloccata la ruota di dietro sull’acciottolato e volati per terra tutti e tre: Giovanni, Nicola e la Lambretta, fu tutt’uno. Lui e la Lambretta non si fecero quasi niente, salvo una sbucciatura a un ginocchio e al serbatoio, ma Nicola che aveva una sessantina d’anni e soffriva di sciatica, passò qualche giorno a letto. Giovanni si sentì o fu fatto sentire in colpa per avere “frenato”, anche se non più di tanto perché, ovviamente, era piccolo e non l’aveva fatto apposta. Anzi la cosa per un po’ divenne anche un vanto, perché ginocchia sbucciate se ne vedevano tutti i giorni, ma lui era stato il primo in assoluto a essere cascato da una moto e gli altri bambini questo glielo invidiavano.
Tra sbucciatura e sbucciatura, anche se fanno tutte male, ci può essere molta differenza e la sua non fu più un trauma ma divenne, quasi per incanto, un trofeo da esibire e di cui andare fiero.
L’evento più drammatico fu però il secondo, qualche tempo dopo.
C’era nel paese una certa “Signora Carta”, che a Giovanni sembrava un nome buffissimo, ma che gli faceva sempre i dolcetti sardi con gli zuccherini colorati o i panellini a nido con dentro un uovo sodo, tipici del posto. Fu proprio con uno di questi panellini retto a due mani davanti a se, che salendo di corsa le scale di casa inciampò e picchiò violentemente il mento sullo scalino di sopra, mentre aveva la punta della lingua fra i dentini davanti.
Quasi se la staccò e non fu una cosa da poco, ma il peggio venne dopo.
Lo portarono in una specie di ambulatorio, che era del dottore, del dentista e forse anche del barbiere (ma nel ricordo quest’ultimo ce lo aggiunse dopo – da grande – ripreso da qualche film western). In quel posto di per sé minaccioso, un omaccione, che gli sembrò lo Sputafuoco di Pinocchio che la sua mamma gli leggeva, gli ricucì la lingua con tre punti di sutura messi da sveglio con un ago ricurvo, che andava su e giù davanti ai suoi occhi sbarrati dall’orrore, e che non dimenticò mai più.
Ma poi da quel paese se ne andarono, perché la strada orientale era finita e ora stavano costruendo quella che da Nord andava al Sud, verso Cagliari.
Già nel primo paese che abbiamo visto si parlava un gallurese dell’interno decisamente ostico, perché ben poco aveva a che spartire con l’italiano. Il posto successivo nel quale approdarono era, se possibile, ancora più incasinato dal punto di vista linguistico.
Qui, nel Sud-Ovest, su una specie d’isola comunque collegata alla terraferma da un istmo, si parlava veramente straniero: il catalano, che ben poco ha a che vedere con lo spagnolo, finemente mischiato con il sardo del Sud, che non è poi da meno del gallurese. Enrico e Caterina erano veramente in difficoltà quando i locali parlavano in dialetto ma Giovanni, inspiegabilmente, capiva quasi tutto. Vuoi per la naturale predisposizione correlata alla sua età, vuoi per una latente inclinazione spontanea che gli avrebbe consentito, da grande, di cavarsela dignitosamente in parti del mondo delle quali non conosceva assolutamente la lingua.
Trovarono una casetta sul mare, o meglio sul porto. Si stava costruendo la “Carlo Felice”, la statale che collega Sassari con Cagliari, conosciuta anche col nome di dorsale sarda, con un evidente riferimento alla colonna vertebrale, che collega la testa col bacino, quello del Sulcis.
Il bacino del Sulcis era, allora, una zona mineraria altamente sfruttata, da una società francese. Enrico prese contatti con quest’ultima e adesso, oltre al catrame per costruire le strade, trasportavano anche i minerali ferrosi dalle miniere alle bettoline, che da quel porto partivano per Marsiglia. Questo salto di qualità fece diventare la famiglia un’azienda, ma in quel porto, rimasero solo un inverno, che per Giovanni risultò particolarmente noioso e anonimo. Tanto che l’unico ricordo che riesce a focalizzare è l’immagine di lui e della mamma, in una grigia ma non fredda giornata invernale. Si rivede seduto in una delle tante barchette ormeggiate in porto, con una lenza sul ditino e la mamma che gli insegna a bolentinare, per tirar su dei pesciolini di non più di cinque centimetri.
Enrico non c’era mai, e lui e la sua mamma dovevano veramente annoiarsi.


G     Buggerru

1954, estate. All’inizio del suo quarto anno di vita, Giovanni arrivò, finalmente, a Buggerru. Stavolta il paese ha un nome fin da subito... perché Buggerru divenne per Giovanni una pietra miliare, non quasi, ma più di un “mito”.
Ci visse i tre anni successivi, da piccolo, ci tornò una volta da adolescente e un’altra da giovane appena sposato, sempre per delle brevi vacanze. Ma quel posto fa ormai parte di lui, anche dopo trent’anni che non lo vede e anche se ha sentito dire che è completamente cambiato.
Pensandoci bene, lo considera un poco “il caro estinto”, del quale si preferisce conservare come ricordo l’ultima volta che lo abbiamo visto vivo.
Certo, ai suoi tempi Buggerru era più morta di oggi, che è diventata una località turistica con tanto di porticciolo da diporto, e alberghi e ristoranti, ma per Giovanni è vero il contrario. È morta oggi e non l’ha più voluta rivedere, per conservare intatto il ricordo di quando era viva per lui.
Arrivare la prima volta in quel paesino fu, dunque, per Giovanni un’esperienza scioccante e, col senno di poi, quasi metafisica.
Si trovava pochi chilometri dal porto dove avevano abitato, ma allora non c’erano strade litoranee, e per arrivarci, bisognava fare un giro pazzesco nell’interno. Enrico aveva caricato armi e bagagli e famiglia su un traballante camioncino e ora traversavano paesini dai nomi impronunciabili.
Giovanni, che vedeva solo campi riarsi e dune di sabbia, rimase interdetto quando a un tratto il suo babbo disse:
«Finalmente siamo tornati sul mare!»
Giunti a Portixeddu, Enrico girò verso Sud, sulla litoranea di San Nicolao, ma con un particolare: Portixeddu e San Nicolao erano solo nomi che lui annunciava, ma non indicavano nessun tipo di insediamento o anche solo di presenza di abitanti, e non c’era alcun cartello stradale per farli riconoscere. La litoranea, poi, era un nastro d’asfalto di cinque chilometri perfettamente rettilinei e con alte dune senza un filo d’erba, che nascondevano l’orizzonte da entrambe i lati della strada.
Enrico la conosceva bene quella strada, ma quando si trovarono a metà percorso sembrava di non sapere più dov’erano il Nord e il Sud e, di conseguenza, il mare e l’entroterra. Questo quando andava bene, perché spesso le violente mistralate sul Mar di Sardegna spazzavano quella costa e allora la litoranea battuta dal vento spariva sotto la sabbia e per quello l’avevano asfaltata: per ritrovarla!
Arrivati in fondo quasi senza accorgersene, perché ormai ipnotizzati dal “deserto”, c’era una breve salita sulla destra, dove cominciava un po’ di macchia mediterranea riarsa, che portava a uno spuntone roccioso. Qui, senza alcun preavviso, finiva la vegetazione e la strada girava bruscamente a sinistra. E dopo quasi un’ora che Enrico lo aveva annunciato... tutt’a un tratto il mare era lì sotto, a precipizio, con due faraglioni che proseguivano in acqua la linea del promontorio e delimitavano un piccolo golfo in fondo al quale si trovava il paese.
Giovanni il mare lo conosceva, ma quello non aveva niente a che fare con i porti dove finora era vissuto.
In quel punto non aveva troppo senso fermarsi, a causa della ristrettezza della strada tagliata direttamente nello scoglio, ma non passava nessuno e poi era altrettanto impossibile non farlo, perché si rimaneva senza fiato e confusi, prima di convincersi che non si trattava di un miraggio. Enrico infatti si fermò, fece scendere dal camioncino la moglie e il figlio, e...
«Caterina, Giovanni, vi presento Buggerru.» annunciò in tono ufficiale e quasi con l’orgoglio della scoperta.
Caterina rimase incantata da quel nuovo paese, che comunque a Giovanni continuava a non sembrare vero.
Non un miraggio, ma diverso da tutti gli altri che Giovanni aveva visto, perché questo non era un tipico paese sardo. Sia nell’interno sia sul mare, aveva sempre visto posti dove la gente viveva da secoli quando non da millenni, data la vicinanza dei nuraghe. Qui invece l’insediamento aveva solo pochi decenni, in quanto legato alla miniera di Malfidano, recente pure lei.
Buggerru era un paese di minatori, ma fortunatamente non aveva niente a che vedere con l’immagine classica che abbiamo di tale tipo di villaggi. Qui non eravamo nel Galles o in Belgio, qui c’era il sole e il mare e anche se la vita era grama lo stesso, mancava del tutto la cupa malinconia della Cittadella di Cronin.
Buggerru fin dalla prima volta gli sembrò un paese solare, disegnato come il delta di un fiume in un fondovalle che sfociava nel mare, ma nel quale non scorreva alcun corso d’acqua. Al posto di quello che geograficamente avrebbe dovuto essere l’alveo, e che una volta lo era sicuramente stato, c’era la strada principale, l’unica.
Intanto che Enrico spiegava tutto rapidamente, ma con passione, soprattutto a Caterina – che di fronte a questi continui cambiamenti non era mai troppo tranquilla – Giovanni ascoltava, più attentamente di quanto ci si sarebbe aspettati da un bambino della sua età.
Per Giovanni i ricordi legati a quel periodo sono, sì, piuttosto nitidi ma gli sembrano talmente lontani nel tempo da credere che risalgano a una vita precedente, o addirittura a un’epoca preistorica.
Comunque la loro storia, e quella di tutta la famiglia che li seguiva, qui mise delle radici profonde, che a distanza di quasi cinquant’anni ancora resistono.
Dopo due anni di lavoro in Sardegna anche i fratelli di Enrico cominciavano a organizzarsi. Ci fu chi si fece finalmente raggiungere dalla moglie e dal figlioletto, e chi cominciò a pensare di metter su famiglia sul posto.
Giovanni non si sentiva più solo come negli anni precedenti, perché adesso aveva finalmente anche un cuginetto della sua età e qualche zia di riferimento. Erano, beninteso, tutte persone che nemmeno conosceva, data l’età alla quale aveva lasciato Firenze, ma erano comunque suo cugino e le sue zie.
Con Francesco, che lui chiamava Cecco anche se la zia non voleva, formarono una squadra. Siccome godevano di una discreta libertà, dato che in giro non c’erano pericoli di traffico, né tanto meno di perdersi, se ne stavano quasi tutto il giorno a zonzo. Mangiavano foglie di croccante lattuga romana “rubata” negli orticelli, andavano a farsi regalare qualche caramella all’Emporio, grazie al fatto che il fratello più giovane di Enrico si era fidanzato con la figlia della signora Ottavia, la proprietaria. Oppure si limitavano anche solo a esplorare tutti gli angoli del piccolissimo paese. Gli unici divieti che avevano erano di andare sul mare e di avventurarsi su per le strade che portavano alle miniere, sia la nuova sia la vecchia.
Per due ragazzini di quell’età, Buggerru era veramente un “paese dei balocchi”, pur se i balocchi, o giocattoli come si dice oggi, loro non sapevano neanche cosa fossero.
D’estate poi, quando non soffiava il Maestrale, a volte tanto forte da smerigliare le gambe con la sabbia, con la mamma e le zie andavano sul mare, veramente stupendo, a cercare conchiglie strane sul bagnasciuga. Su tutto il fronte del paese c’era una lunga spiaggia addossata a una specie di pontile per le barche dei pescatori. E in cima a quel pontile di pietra cominciava una vecchia galleria, con ancora le rotaie arrugginite dei vagoncini, che dopo un centinaio di metri sbucava sul mare aperto, oltre la punta Sud. A Giovanni, percorrere quella galleria, ovviamente non illuminata, dava un vero brivido, sia di paura sia di eccitazione, anche se la traversava solo con i genitori, la domenica, per andare a far il bagno su quella scogliera. Solo una volta, un pomeriggio di sole accecante, lui e Francesco ci si avventurarono da soli, in barba a tutti i divieti. Ma della luce accecante di fuori, che aveva fatto pensar loro che il buio quel giorno non potesse esistere, quando furono a metà rimase solo il ricordo. La luce delle due estremità era lontanissima e fioca e loro erano nelle tenebre più nere. Sepolti vivi nelle viscere della terra. Giovanni non ricordava di aver mai traversato un buio così pesto, quando stava per mano al suo babbo.
Francesco anche, e furono presi da un terrore così paralizzante che non fu facile tornare indietro di quei cinquanta metri e riguadagnare l’uscita. Non fecero mai parola con nessuno di quell’esperienza, ma non per paura della punizione: quella l’avevano già avuta.
Percorrendo tutta la spiaggia si arrivava invece al promontorio sul quale in alto girava la strada e qui, proprio in fondo, dove andava sempre con mamma a fare castelli di sabbia, c’era una grotta naturale. Quasi sul bagnasciuga, piccola ma abbastanza profonda e umida, serviva, nelle giornate calde come fornaci, a fornire un po’ di refrigerio e d’ombra. Poco sopra la grotta, si vedeva nella roccia a cinque metri d’altezza e raggiungibile solo scalando alcune staffe di ferro murate, l’ingresso di un punto di vedetta con tanto di finestrelle sul mare aperto, scavato durante la guerra. Ma lassù non gli permisero mai di arrampicarsi.
Di quel periodo i ricordi di mare più belli rimangono le “spedizioni” di ferragosto a San Niccolò. Sì, proprio quel San Nicolao che si incontrava arrivando al paese dalla strada con le dune così alte che il mare non si vedeva. Proprio quella strada asfaltata che col vento di maestrale spariva, e sulla quale si insabbiavano continuamente i loro camion.
Ci andavano tutti gli anni per la festa dell’Assunzione e in qualche altra occasione, ed erano veramente spedizioni. Caricavano su due camion tutto l’occorrente per la scampagnata e almeno trenta persone, perché oltre a tutta la famiglia di Giovanni, c’era anche la famiglia della fidanzata dello zio. Questa famiglia, che aveva antiche radici piemontesi, era la più importante e numerosa di Buggerru e, nel secolo precedente, di Planu Sartu il paese ormai abbandonato, legato alla miniera vecchia.
Di loro però Giovanni ricorda solamente quella ragazza che è poi diventata una sua zia, i suoi due fratelli e la sua mamma, la proprietaria dell’Emporio. Tornando a San Niccolò, lo sappiamo vicinissimo al paese, ma veramente in un altro mondo. Un mondo sospeso fra due colori senza sfumature, il blu e il bianco. In paese c’era, infatti, chi lo chiamava is arenas.
Col mare calmo, la linea dell’orizzonte spariva dove l’acqua aveva il solito colore del cielo: il blu. Tutto il resto, solo sabbia candida: il bianco.
In quelle giornate anche l’aria si fermava e sembrava di trovarsi in una di quelle sfere di vetro piene d’acqua con la neve finta: anche se l’agiti, tutto si muove lentamente.
Col mare mosso invece, la schiuma delle onde creava una sfumatura fra il blu e il bianco, e anche l’aria, tesa e carica di sabbia e di spruzzi, contribuiva a dissolvere il bianco della spiaggia nel blu del mare e del cielo.
Su quella “spiaggetta” di cinque chilometri, assolutamente deserta, portavano di tutto per stare una giornata in vacanza. Non era facile perché dovevano scarpinare su e giù per le dune con tavoli, seggiole, pali e lenzuola per fare una tendone per l’ombra, e poi tutta la roba da mangiare e da bere. Ne venivano sempre fuori giornate memorabili, che nel ricordo di Giovanni sono quasi come una settimana di vacanza.
Praticamente erano “le ferie” e come tali divennero ancora più importanti l’ultimo anno, quando cominciò ad andare a scuola e cessò il senso di vacanza permanente, che aveva vissuto fino ad allora.
L’avventura in Sardegna stava però per concludersi. Infatti non ci finì nemmeno la prima elementare.
In quegli anni aveva, praticamente, conosciuto i nonni solo quando li avevano raggiunti a Óschiri con la Lambretta. Poi li rivide non più di una volta l’anno. Furono tre, infatti, i viaggi che Caterina, con Giovanni, affrontò per tornare a Firenze un paio di settimane, dai suoi genitori. Così nonno Nicola e nonna Luisa rimasero gli unici fiorentini presenti, anche se lontani, nel suo quotidiano.
Tornare a Firenze era davvero un viaggio, ci volevano due giorni. Prima si doveva raggiungere Olbia o Cagliari, con la corriera e il treno. Poi ci si imbarcava la sera sulla nave della Tirrenia e si faceva la traversata fino a Civitavecchia. Ancora treno e, se tutto andava bene, la sera del giorno dopo arrivavano a Firenze. Ma siccome la spedizione avveniva sempre d’inverno, a volte trovavano il mare talmente agitato che la nave ci metteva il doppio e quando finalmente sbarcavano erano più sbattuti di due uova strapazzate.
In quei giorni che stavano a Firenze dai nonni, Caterina si sentiva “a casa” ovviamente, perché lì c’era nata e cresciuta, mentre Giovanni rimpiangeva la Sardegna. A Firenze, infatti, lui c’era solo nato e in quel momento “ricordi” non ne aveva. Quando però tornarono a viverci definitivamente, piano piano riaffiorarono le sensazioni della primissima infanzia e il suo album dei ricordi si arricchì di alcune immagini che non sapeva neanche di avere archiviate nella memoria.
Intanto la vita a Buggerru continuava a scorrere nella sua routine ormai consolidata. I camion andavano su e giù dalla miniera al porto di Sant’Antioco. Ogni tanto si insabbiavano, quando la strada di San Niccolò spariva per il vento e bisognava andare con un altro camion a rimorchiarli fuori.
Una sola volta, Giovanni si ricorda di un incidente serio. Uno dei fratelli della nuova zia sarda, che lavorava per il suo babbo come autista, un giorno col camion carico di minerale uscì di strada sulla montagna, invece che fra le dune. Precipitare è molto più pericoloso che insabbiarsi, e furono momenti concitati, ma poi tutto si risolse con un paio di mesi d’ospedale a Cagliari e con un camion da buttare via.
Nel frattempo Caterina, che prima della guerra aveva frequentato l’Accademia di Belle Arti, insegnò a Giovanni a leggere, e quasi a scrivere.
Ogni tanto si metteva a disegnare col carboncino, perché i colori a olio non ce li aveva. Aveva solo una vecchia scatola di acquerelli con i quali metteva qualche tenue sfumatura di colore sui disegni che le piacevano di più.
Praticamente faceva la casalinga, ma con tanto tempo a disposizione, perché lì la vita scorreva a un altro ritmo, molto più lento.
Oltre a tenere a posto la casa e i vestiti, che allora si rammendavano, scriveva qualche lettera di lavoro per la famiglia con una fiammante Lettera 32 dell’Olivetti e si dedicava allo shopping. Nell’unico negozio del paese: l’emporio della signora Ottavia.
Oppure quando, ogni dieci giorni, apriva la macelleria. Sì, perché la carne costituiva veramente un lusso, ma più che altro una rarità. La macelleria era veramente tale, nel senso che ogni dieci giorni arrivava in paese una bestia viva, veniva macellata e venduta subito. Poi basta.
Per mangiare tutti i giorni bisognava accontentarsi delle aragoste, dato che il mare ne era pieno e nessuno aveva ancora pensato di andare a venderle altrove, e perciò valevano meno delle sardine.
Ma qualcosa stava cambiando.
Caterina manifestava una smania sempre più incontenibile, che via via si trasformava in inquietudine. Enrico cercava di allontanarsi sempre di meno, e Giovanni cominciava a sentirsi un po’ trascurato dalla mamma dopo tanti anni (cinque!) di totale complicità. Caterina cominciava a mettere via le cose in maniera strana, e col senno di poi capì che le imballava. Dal babbo c’erano sempre più spesso, la sera, i fratelli e mentre lui giocava con Francesco, loro stavano fino a tardi a parlare.
La mamma, che un giorno era venuta a scuola a parlare con la maestra...
Inspiegabilmente Buggerru stava diventando sempre più lontana, finché un giorno – tutt’a un tratto – erano pronti per partire. Troppi bagagli, stavolta anche il babbo, tutti i parenti e praticamente tutto il paese a salutarli. Giovanni capì che non sarebbero più tornati... e gli venne da piangere... e adesso lo sapeva fare.
Ma a guardare bene si trattava solo di un ricorso storico. Cinque anni prima il salto nel buio lo avevano fatto Enrico e Caterina, perché Giovanni era troppo piccino per avere già qualcosa da lasciare.
Ora, invece, che i genitori facevano ritorno alle loro origini, Giovanni sentiva di lasciarle. Adesso era solo lui, a sette anni, che faceva il salto nel buio.


H     Il Viuzzo

1957, estate. Nella seconda metà degli anni Cinquanta Firenze cominciava finalmente, dopo più di un decennio, a scrollarsi di dosso il velo di polvere lasciato dal passaggio della guerra. Restavano, è vero, ancora tante ferite aperte. Tanti buchi nell’intonaco dei muri, dove avevano sparato. Tante lacerazioni ancora tra le persone, che si erano sparate. Perché a Firenze era stata più guerra civile, che tra Tedeschi e Alleati. Infatti la città non aveva mai subito bombardamenti, ma gli unici danni grossi che aveva avuto, erano stati grossi davvero.
I tedeschi, quando gli alleati furono alle porte, si ritirarono, ma si lasciarono alle spalle una mattina d’agosto, che rimase negli orecchi di tutti i fiorentini. Si svegliarono per una violentissima serie di esplosioni, che entrando dalle finestre aperte li fece saltare nei letti, come stavano saltando tutti i ponti sull’Arno. Salvo lo storico Ponte Vecchio, che fu risparmiato al prezzo di minare e distruggere le due zone del Centro Storico alle sue estremità.
I problemi più grossi però, come da tante altre parti d’Italia, li avevano causati gli scontri tra fascisti e partigiani. I primi appostati sui tetti come cecchini a sparare alla gente per strada e i secondi impegnati a stanarli. Fu una fase decisamente cruenta, pur se limitata nel tempo, ma lasciò tante lacerazioni profonde tra la gente perché, dall’una e dall’altra parte, sempre fiorentini erano anche se avevano imparato a odiarsi.
A Giovanni, che allora non era ancora nato, queste cose le raccontò nonno Nicola, che le aveva vissute, perché lui di guerre al fronte aveva fatto quella precedente.
Il suo babbo, invece, in quei periodi faceva il soldato, molto lontano, e in seguito di cose da raccontargli ne ebbe parecchie anche lui.
La città, ma soprattutto la loro strada, nella quale tornarono, non erano comunque dissimili da come le avevano lasciate cinque anni prima.
Il nonno aveva preparato, a tempo di record, un appartamentino apposta per loro. Quello al primo piano della casa accanto, adiacente alla camera dove Giovanni era nato. Nicola lo aveva reso comunicante con la sua casa aprendo una porta nel muro di confine e costruendovi tre o quattro scalini, perché tra i due primi piani c’era del dislivello. Abitavano così da soli, indipendenti, ma solo una porta li divideva dall’altro appartamento, quello dei nonni.
Enrico, all’inizio, lavorava come capo officina per la solita azienda che costruiva le strade in Sardegna, che aveva anche una cava nei dintorni di Firenze, dove si estraevano i materiali per la costruzione dell’Autostrada del Sole. Ma presto si sarebbe certamente messo a fare qualcosa per conto suo. Caterina, invece, era molto ingrossata perché aspettava un bambino, e stava a casa con la sua mamma Luisa.
Intanto Giovanni fece l’ultimo trimestre della prima elementare in una nuova scuola. Capitò in una classe molto particolare, enorme. Era ricavata in quella che doveva essere la palestra della scuola, per cui non aveva l’ingresso su un corridoio, come le altre classi, ma direttamente sul campo sportivo, delimitato su un lato dalla scuola, su un altro dalla palestra e sugli altri due da un muro, nascosto da una fila d’alberi. Dai quattro finestroni della classe si vedevano gli alberi e il cielo e, con quelle vetrate, non gli sembrava di stare rinchiuso, come capita spesso ai bambini che affrontano la prima esperienza scolastica. A lui non era capitato nemmeno a Buggerru, perché lì la scuola stava nella parte alta del paese, e allora dalla sua classe si intravedevano le dune di sabbia e il mare.
Comunque la scuola finì presto e senza problemi perché Caterina gli aveva insegnato già da prima a leggere e quasi a scrivere, ma soprattutto a disegnare visto che, anche se poi, per colpa della guerra, non prese mai l’abilitazione all’insegnamento, era comunque professoressa di disegno.
Quella prima estate, pur sentendo inizialmente la mancanza del cugino Francesco, Giovanni prese possesso della sua strada come, tre anni prima, aveva fatto con Buggerru.
Quella strada era, come abbiamo visto all’inizio, molto periferica e urbanisticamente definita “privata”, perché non portava in nessun posto se non alle case di chi ci abitava. Incominciava da una delle strade normali del quartiere e traversava mezzo chilometro di campi con solo la colonica di un contadino nel mezzo. Dopo avere poi scavalcato la ferrovia, iniziavano le case che si snodavano intorno a un anello, che si richiudeva su di sé e all’interno del quale c’era il “campo” quadrato di suo nonno. Ci si entrava e usciva dallo stesso incrocio e per questo non aveva la qualifica di via ma di viuzzo. E dunque con questo nome, Viuzzo, la chiameremo da ora in avanti.
Alla fine di un torrido pomeriggio d’agosto, nel Viuzzo, Giovanni e altri bambini se ne stavano, col naso in su, ad aspettare sotto una finestra accanto a quella della stanza in cui era nato lui, e prima anche la sua mamma.
Finché venne giù la nonna ad annunciargli che era nata Anna, la sua sorellina.
In quel momento Giovanni fu solo preso dall’eccitazione dell’evento e non si pose certo problemi esistenziali. Ma tanti anni dopo si domandò se anche Anna, nella sua nascita, avesse avvertito le stesse sensazioni personali che lui era riuscito poi a far riemergere della propria memoria, pur senza poterle definire ricordi.
I ricordi legati al Viuzzo, invece, sono tanti perché lì ci visse i successivi quindici anni. Ma torniamo all’estate in cui nacque Anna.
La strada, ancora sterrata e non illuminata come quando c’era nato lui, non era troppo comoda, ad esempio per andare a scuola, specie quando pioveva e ci volevano le calosce, né troppo sicura col buio. Non per la criminalità, come verrebbe fatto di pensare oggi, ma proprio perché, se Giovanni non aveva in tasca una piccola torcia elettrica, certe sere d’inverno senza luna non sapeva davvero dove mettere i piedi. Per contro era il massimo per lui e per gli altri bambini, che potevano fare quello che volevano, specie durante le vacanze estive.
Qui Giovanni aveva ancora meno limitazioni che a Buggerru, dove comunque passavano i camion del babbo. Nel Viuzzo non passava nessuno, primo perché non era una strada di transito e secondo perché, di tutti gli abitanti, gli unici che avevano un’automobile erano il suo nonno e forse altri tre.
Così crescevano come “ragazzi di strada” ma nel senso buono perché sulla strada, in estate, ci passavano tutta la giornata a giocare. Solo nelle prime ore dei pomeriggi più afosi Giovanni se ne rimaneva in casa a leggere, sdraiato in terra per sentire il fresco del pavimento. E poi fuori a giocare con gli altri ragazzi, perché in fondo anche Giovanni ormai era un ragazzo.
Aveva una sorellina... di ben sette anni più piccola, quindi la “bambina” di casa ora era lei. E poi lui ormai si sentiva grande, molto più grande degli altri ragazzini della sua età, perché aveva già molte più cose di loro da raccontare.
Il gioco storico di quegli anni erano “le biglie”: palline di terracotta colorata o di vetro che ciascuno conservava gelosamente in un sacchetto di stoffa. Era quasi un gioco d’azzardo, perché si facevano dei mucchietti con tre palline più una sopra e poi, da una certa distanza, se ne tirava un’altra cercando di colpirle. Chi ci riusciva vinceva le quattro palline che aveva abbattuto e le metteva nel suo sacchetto. Quei sacchettini di stoffa costituivano il loro tesoro personale, la cui consistenza si misurava soprattutto dal numero delle biglie di vetro che possedevano. Quelle che loro chiamavano “bocchi”, al maschile, mentre quelle di terracotta erano semplicemente “le palline”.
L’azzardo comunque, stava nel perdere tutto e rimanere col sacchetto vuoto, perché poi bisognava convincere la mamma a rifornirsi in Cartoleria, e specialmente i bocchi di vetro colorato costavano veramente parecchio!
Ma il loro gioco principale nelle giornate estive era “la muriella”, una specie di gioco delle bocce fatto con dei sassi appiattiti al posto delle palle, ma con le stesse regole. Era l’arte d’arrangiarsi, è vero, ma ancora più bella che avere delle bocce di legno, perché i sassi piatti se li dovevano cercare e poi anche lavorare per farli diventare tondi e lisci. E anche quello faceva parte del gioco.
Un altro divertimento a costo zero era quello chiamato “tappino”. Tracciavano i bordi di una pista nella polvere della strada e vi facevano correre, colpendoli “a biscotto” con l’indice e il pollice, dei tappi a corona della birra, dentro ai quali ciascuno attaccava la faccia del suo ciclista preferito, ritagliata dalle “figurine”. Se con un tiro il tappino usciva dai bordi, si tornava al punto di partenza. Dal gioco dei tappini è nato poi quello delle palline di plastica trasparente con le figurine dei ciclisti, che si usano ancora sulle piste di sabbia di tutte le spiagge.
C’erano poi ovviamente “i quattro cantoni”, “acchiappino”, “la campana” e “nascondino”, che credo tutti conoscano.
Ma la cosa che lo appassionò di più fu la guerra con le cerbottane, dove chi veniva colpito dal pirulino di carta arrotolata era eliminato, come nei moderni war game con gli schizzi colorati, che non sono quindi una novità.
La novità più grossa invece, era che le sere d’estate poteva stare fuori dopo cena perché tanto ci stavano praticamente tutti, con le seggiole fuor dall’uscio o affacciati alle finestre a frescheggiare.
In qualsiasi punto del Viuzzo si trovassero, Giovanni e gli altri ragazzi avevano sempre un occhio che li controllava. E solo una volta avvenne un fatto increscioso: per la “Festa della Rificolona”. La rificolona è una lanterna di carta colorata con dentro una candela accesa. La sera della festa, tipica di Firenze, oltre alle sfilate sull’Arno di barche illuminate, tutti i bambini andavano in giro portando una di queste lanterne attaccata in cima a una canna.
Anche nel Viuzzo erano tutti in processione con le rificolone, e ad uno dei ragazzi più grandi venne una brutta idea. Avvolse i pirulini di carta attorno a uno spillo che ne diventava la punta, e si nascose nel buio con la cerbottana. Quando passò la sfilata delle rificolone si mise a fare il tiro a segno. Il pirulino di carta, con lo spillo, diventava una vera freccetta che bucava la carta, prendeva fuoco dalla candela e incendiava tutta la lanterna.
Ne bruciarono diverse, tra i pianti dei bambini più piccoli, l’allarme degli altri ragazzi e la collera dei genitori. Non per le rificolone bruciate, ma perché quel gioco stupido poteva essere veramente pericoloso. Solo per caso nessuno rimase infilzato da uno spillo, ma nella peggiore delle ipotesi qualcuno avrebbe potuto rimetterci un occhio. Per fortuna lo stupido aveva buona mira! Fu però scoperto e castigato e, purtroppo, il giorno dopo vennero sequestrate tutte le cerbottane e uno dei giochi preferiti fu messo, per lungo tempo, al bando.
Al buio, comunque, lo sport principale era catturare l’unica fonte di luce: le lucciole. Si trovavano dappertutto per cui era facile, e poi ne bastava anche una sola. Dopo averla colpita al volo col palmo della mano la si raccoglieva da terra con delicatezza e bisognava stare attenti, tenendola nel pugno chiuso, a non schiacciarla. Poi di corsa a casa a metterla sotto un bicchiere rovesciato perché la mattina dopo al suo posto ci sarebbe stata una monetina.
Giovanni lo sapeva benissimo che la lucciola non si trasformava ma che era la sua mamma, appena lui andava a letto, a liberarla e a mettere il soldino. Però in quel periodo la “paghetta” ancora non esisteva, e quel piccolo introito faceva molto comodo perché nel pomeriggio passava il gelataio ambulante, con un vecchio motocarro, e ogni tanto un cono di crema e cioccolata, gli unici gusti che aveva, ci rientrava come merenda.
Ma non dimentichiamo che all’interno del cerchio della strada c’era il “campo”. Quella era la vera fonte inesauribile di merende, perché ci si trovava sempre qualche tipo di frutta matura da mangiare. E si divertivano pure, ad arrampicarsi sugli alberi per arrivarci. Bastava solo stare attenti a non farsi male, a non stroncare i rami e a non raccogliere i frutti troppo acerbi, perché sennò nonno Nicola si arrabbiava.
Con gli anni, poi, il campo divenne il set principale della vita di Giovanni e di tutti i suoi amici e amiche.
Una vera e propria “ludoteca” autogestita dove, via, via che crescevano, inventarono di tutto: giochi da bambini, giochi da ragazzi, giochi da adolescenti...


I      Firenze e dintorni

1957, inverno. A un certo punto il Viuzzo diventò una strada asfaltata, con una serie di lavori e un dispiegamento di mezzi che lasciarono esterrefatti tutti i suoi amici.
Giovanni, invece, sapeva benissimo come e cosa stavano facendo, perché in quel tipo di cantieri ci era vissuto da piccolo in Sardegna.
Quando la strada bianca, polverosa e buia diventò nera d’asfalto e illuminata dai lampioni, cambiò un mondo. Sicuramente in meglio, ma perse quasi tutto il suo fascino.
Nel periodo in cui Enrico lavorò alla cava, Giovanni andò spesso col suo babbo a Calenzano. Ora Enrico adoperava la Lambretta del nonno, che per via della sciatica non ci poteva più andare e si era comprata la Topolino.
Alla cava Enrico faceva il meccanico e l’estate successiva Giovanni la passò quasi tutta lassù, in un ambiente che per certi versi gli ricordava la Sardegna. C’erano un sacco di camion, gli escavatori, i dumper, che sono delle specie di grosse carriole a motore, e tutti questi mezzi dipendevano dalla manutenzione del suo babbo.
Enrico dirigeva un’officina attrezzatissima e Giovanni si perdeva incantato fra trapani, torni e saldatrici, tutte macchine utensìli dalle quali doveva comunque girare alla larga, ma che sognava un giorno di poter adoperare.
Ma il momento più emozionante di quelle giornate veniva sul far della sera, quando suonava la sirena. Dopo la decina di minuti che servivano a tutti per allontanarsi, altri tre colpi brevi di sirena e poi brillavano le cariche esplosive che erano state sistemate durante la giornata.
Ogni volta, con un boato assordante, venivano giù interi tratti della parete rocciosa della cava, che ormai si era già mangiata quasi mezza montagna.
Quando Giovanni ripartiva verso casa col babbo, il polverone non si era ancora posato sul cumulo di detriti precipitati ai piedi della parete. Il mattino dopo quei materiali sarebbero stati raccolti, trasportati e lavorati, mentre altri operai iniziavano a preparare le nuove cariche. Questo ricordava a Giovanni la miniera di Buggerru e pensò che, in fondo, le cave sono solo miniere che non stanno sotto terra.
Tutte le sere tornava a casa stanco, polveroso e arruffato dal vento della Lambretta. Caterina faceva gli occhiacci e lo cacciava in tinozza prima di andare a letto, anche se Giovanni protestava con la mamma che non aveva bisogno di lavarsi, tanto la mattina dopo, alla cava col babbo, si sarebbe sporcato di nuovo.
Ma non gli riusciva mai di spuntarla. Intanto l’estate passava e tornava insistente il pensiero della scuola.
Giovanni andava sempre in quella classe enorme, ricavata dalla palestra, e per tutte le elementari ebbe sempre il solito maestro Arcangeli, che aveva conosciuto sin dall’inizio. Era un uomo veramente eccezionale e fu, per tutti i suoi ragazzi, un vero maestro di vita perché non si limitava a insegnare le materie scolastiche.
L’anno che ci fu l’eclissi totale di sole, il maestro portò la classe su per una viuzza della collina di Fiesole, un buon punto d’osservazione vicino alla scuola.
Si trattava pur sempre d’una lezione d’astronomia, ma diventò una vera avventura. Giovanni, già incuriosito dall’evento eccezionale del quale tutti parlavano, quando cominciò a toccarlo con mano si appassionò ancora di più. Il preparativo divertente intanto, fu fare i vetrini affumicati.
Il maestro Arcangeli aveva dato a ciascuno un rettangolo di vetro e una mattina, a scuola, Giovanni si mise ad affumicare il suo sulla fiamma di una candela, che ciascuno aveva portata da casa. Quella che gli era sembrata una cosa semplicissima si rivelò, invece, piuttosto impegnativa. Dopo un po’ che lo teneva sulla candela, il vetro cominciava a bruciare e non sapeva più come reggerlo in mano. Per farlo freddare ci scappava la ditata e bisognava ricominciare tutto dal principio. Il maestro via via controllava i vetrini controluce al filamento d’una lampadina e non gli andavano mai bene, perché erano sempre, o poco affumicati, o poco omogenei.
Ci volle tutta la mattina, ma alla fine il vetrino era talmente nero che Giovanni si chiedeva cosa mai si sarebbe potuto vederci attraverso. In compenso le sue mani erano ancora più annerite e qualche dito anche bruciacchiato.
‘Meno male’ pensò ‘che abbiamo i grembiuli neri!’
Perché, se fossero stati bianchi come quelli delle bambine, non avrebbe avuto il coraggio di riportarlo a casa.
Finalmente venne il giorno dell’evento, che alla nostra latitudine era visibile proprio a metà mattinata. Tempo splendido, e tutti i ragazzi col grembiule nero in fila dietro al maestro Arcangeli, tenendo ciascuno in mano con la massima attenzione il vetrino, che andava retto solo per i bordi. Erano tutti talmente compresi e attenti che quando arrivarono e il maestro ispezionò i vetrini, nessuno lo aveva sciupato.
A occhio nudo il sole sembrava quello di sempre, ma quando Giovanni lo guardò attraverso il vetro affumicato vide, con stupore, che da una parte c’era già una losanga nera che ne mangiava un pezzo. Poi, piano piano come al tramonto, il cielo si fece sempre più scuro e i bambini sempre più silenziosi.
«Adesso non c’è più bisogno del vetro affumicato.» annunciò finalmente il maestro, e tutti lo abbassarono.
Giovanni rimase pietrificato come una statua di sale. Anche perché stava facendo da “cavalletto” e aveva poggiata sulla testa la macchina fotografica con la quale il maestro immortalava l’evento. Ma la raccomandazione di non muoversi, sarebbe stata comunque superflua.
Nonostante la lenta progressione del fenomeno, il buio venne all’improvviso quando l’allineamento fra la luna e il sole fu perfetto. In quel momento il cielo divenne scuro come dopo il tramonto e dove fino a un attimo prima, c’era stato comunque il sole, rimase un minaccioso buco nero circondato da un fiammeggiante alone di bagliori gialli e rossi. Per un attimo Giovanni ebbe veramente paura e gli corse un brivido su per la schiena. Anche perché, insieme al buio, scese un gelo improvviso e innaturale, per una mattina d’inizio estate. Il fenomeno inverso gli sembrò avesse una progressione più veloce. Forse la luce era più potente del buio, perché il cielo schiarì rapidamente e in maniera rassicurante, consentendogli di riprendere il fiato che inconsciamente aveva trattenuto.
L’emozione di quel momento, invece, la trattennero tutti a lungo, rivivendola ogni volta che lo raccontavano a chi lo aveva solo visto di sfuggita, e non guardato attentamente. Ma soprattutto perché una parete della classe rimase dedicata agli ingrandimenti delle foto che il maestro aveva fatto e, per tutto il resto dell’anno, l’ebbero davanti agli occhi.
Un’altra emozione forte, legata alla scuola, Giovanni la provò quella volta che la sua classe partecipò a un Saggio Ginnico di fine anno, al Velodromo delle Cascine.
Anche in questo caso ci fu una lunga preparazione, stavolta nel cortile della scuola. Facevano ginnastica a corpo libero e con il cerchio, tutti insieme e in sincronia. Non fu facile accordare i movimenti di più di quaranta ragazzini, ma il maestro Arcangeli era abbastanza soddisfatto. Il cerchio, che anche Giovanni aveva in dotazione non era un vero e proprio attrezzo ginnico, ma un semplice hula-hop, uno di quei cerchi di plastica da farsi girare in vita, ancheggiando. Il maestro li aveva comprati con i soldi della scuola, tutti rossi perché risaltassero con le loro divise, tutte bianche.
La mattina del Saggio, al Parco delle Cascine ci andarono con l’autobus. Poi, in fila per due, raggiunsero a piedi il Velodromo, e si ritrovarono in una bolgia ordinata di diverse centinaia di ragazzini, già tutti vestiti di bianco, che si preparavano all’esibizione. Per quel poco che ne sapeva, a Giovanni sembrò di essere alle Olimpiadi.
Si preparò anche lui, sudando come una fontana in quella rovente mattina d’estate: maglietta, pantaloncini, calzini e scarpe di tela, tutto candido e immacolato. E guai a sporcarsi! Poi la lunga attesa che venisse il loro turno, senza nemmeno potersi sedere per terra.
Quando finalmente toccò a loro, dovette convincere le sue gambe a seguirlo e ce la fece solo evitando di guardare le gradinate del pubblico, piene di tutti i genitori ma anche di un sacco di personalità, financo il sindaco.
Non tolse gli occhi di dosso al maestro Arcangeli che li dirigeva e andò tutto bene, o quasi, perché in un passaggio gli sfuggì di mano il cerchio rosso. Per fortuna riuscì a riprenderlo al volo prima che si mettesse a rotolar via, e sperò di non avere dato troppo nell’occhio.
L’esibizione finì, e anche loro ebbero l’applauso del pubblico e il nastrino tricolore con la medaglietta della manifestazione, che il Provveditore agli Studi mise al collo di ciascuno, via via che uscivano. Ora sì che, col tricolore e la medaglia al collo, le Olimpiadi gli sembrava di averle addirittura vinte.
Fu una bella iniziativa, ma non venne più ripetuta perché, a qualcuna delle autorità, aveva ricordato troppo le adunate oceaniche di bambini e non solo, che andavano tanto di moda vent’anni prima. Di queste cose Giovanni non sapeva ancora nulla, ma non sarebbero comunque rientrate nei suoi pensieri. La cosa più importante che aveva per la testa in quel momento era la sua bicicletta nuova. Una vera bici da uomo, abbastanza grande che, anche col sellino tutto abbassato, a nove anni ci arrivava appena. Con quella bicicletta, l’orizzonte di Giovanni si allargò parecchio.
Caterina non lo aveva mai accompagnato troppo. Anche a scuola, fin dalla seconda, ci andava da solo e non era vicinissima a casa.
Adesso, con la bici, non solo esplorò le parti lontane del quartiere, ma si avventurò a zonzo per la città. Andò in Centro, alle Cascine, in Oltrarno. Sempre fin dove riusciva ad arrivare, perché il problema di Firenze, per un ragazzino in bicicletta, è che sui tre lati collinari le salite sono subito impegnative. Raggiungere “a pedali” il Piazzale Michelangelo o Fiesole gli sembrava peggio dei tapponi alpini del Giro d’Italia e poi c’erano tanti posti dove andare, senza doversi sfiancare in salita.
In inverno, invece, i pomeriggi li passò spesso in officina dal suo babbo. Enrico infatti, aveva nel frattempo rilevato un’autofficina in una strada non lontana dal Viuzzo. Adesso riparava automobili, e ne aveva anche comperata una. Quando non pioveva, dopo avere fatto le lezioni, Giovanni andava in officina dal babbo. Ci rimaneva fino a quando Enrico faceva festa e tornavano a casa con la 600 verdolina con i sedili rossi, della quale erano entrambe fieri. In quell’officina Giovanni imparò tante cose di meccanica, e ci si appassionò sempre di più. Nei pomeriggi che passava con suo padre cominciò a darsi da fare e, per prima cosa, costruì un carretto da usare nel Viuzzo, dove uno dei lati della strada che si richiude su se stessa è in discesa. Lo fece di legno, con l’asse anteriore imperniato, una corda a mo’ di redini per guidarlo e quattro grossi cuscinetti a sfera per fare da ruote.
Sull’asfalto nuovo del Viuzzo andava che era un piacere e quando arrivava in fondo alla discesa se ne andavano anche un bel po’ di tacchi delle scarpe per frenare e fermarsi. Con quel carretto Giovanni e i suoi amici giocarono per tutta l’estate, ma presto si stancarono di doverlo ritirare su in salita, e allora pensò che forse avevano bisogno d’un motore.
Nell’inverno successivo cominciò a saggiare le reazioni del babbo e trovò la strada spianata... perché anche Enrico in fondo, per i motori e le automobili aveva una vera passione. Anche lui, infatti, aveva già cambiato la piccola 600 con una fiammante Giulietta, una macchina grande e sportiva, con la quale in agosto avevano fatto il lungo viaggio per tornare, questa volta in ferie, a Buggerru.
La primavera successiva Giovanni riuscì a convincere il babbo a portarlo, una domenica pomeriggio, con la mamma che non era troppo convinta e la sorellina, alla pista dei go kart dove Enrico conosceva il meccanico che li noleggiava.
Aveva dieci anni e mettersi il caschetto a scodella e salirci sopra fu una bella emozione.
Cominciò a girare con circospezione, per vedere come bisognava fare, ma ci prese subito la mano e si fermò solo quando finì la miscela. Aveva dimostrato di saperci andare, e quando la sera tornarono a casa, sul tetto della Giulietta del babbo, legato al portabagagli, c’era un vecchio go kart da riparare.
Nei due mesi successivi dedicò ogni suo minuto libero a smontarlo, riverniciarlo di un bel rosso corsa e rimetterlo a nuovo, mentre il babbo si occupava del motore.
Quando in estate quel “bolide” fece il suo ingresso nel Viuzzo fu un evento epocale. Tutti gli altri ragazzi rimasero a bocca aperta. Una cosa del genere non l’avevano mai nemmeno vista!
Giovanni organizzò le cose come aveva visto al noleggio dei kart, e fece base nel garage del nonno. Tutti i pomeriggi lo tiravano fuori, mettevano la miscela, piazzavano un ragazzo su ciascuna curva della strada a controllare, e cominciavano a girarci a turno, un quarto d’ora ciascuno. Perché nella loro compagnia, se qualcuno aveva una cosa, questa era di tutti.
Per tutta l’estate il rombo del motore a due tempi rallegrò le orecchie degli abitanti del Viuzzo, finché qualcuno, che in quelle ore voleva fare la pennichella, disse basta. Alla minaccia di chiamare i Vigili Urbani, la “pista” purtroppo chiuse e il go kart fu riportato prima in officina, e poi di nuovo al noleggio dove, rimesso a nuovo com’era, lo ripresero molto volentieri. Giovanni ci tornò un paio di volte col babbo prima di lasciar perdere, perché era troppo lontano e poi perché, senza tutti i suoi amici non era la stessa cosa.
Chiodo caccia chiodo. Il go kart fu presto dimenticato grazie alla comparsa sulla scena di un motorino. Nel garage del nonno, un giorno arrivò un vecchio Beta tre marce di suo zio Giulio, che non lo usava più. Giovanni cominciò a fargli la corte.
Lo teneva pulito, ogni tanto lo metteva in moto sul cavalletto, finché un giorno Nicola decise di insegnargli ad andarci. Non era difficile, a parte il cambio a manopola con la frizione, sembrava una bici. E così Giovanni cominciò a girare intorno al Viuzzo, con pazienza, per far abituare il nonno e la mamma a vederlo sul motorino. Arrivò in fondo alla strada, poi si avventurò nelle prime strade del quartiere, quelle vicine, e piano piano in quelle sempre più lontane, ma senza traffico.
Era incosciente ma non troppo, sapeva di avere meno di dodici anni e che per guidare il motorino ce ne volevano quattordici, per cui stava attento a non farsi beccare. Col motorino si permise di arrivare dove con la bici aveva dato forfait. Girò tutte le stradine secondarie della collina di Fiesole, dove non passava mai nessuno e dove c’erano delle salite che ogni tanto, anche il motorino non ce la faceva. Quando tornava nel Viuzzo, il più delle volte non si erano accorti della sua assenza, ma se il nonno o la mamma lo avevano cercato raccontava che si era fermato dietro l’angolo a parlare con un amico.
Così, con un po’ di fortuna, la fece sempre franca e ufficialmente, come per andare a scuola, continuò a usare la bici – che tre anni prima gli era sembrata tanto grande e che adesso gli andava stretta – finché non ebbe i canonici quattordici anni finiti.